Lorenzo Fiorito, Direttore della Fondazione AdAstra, è un Musicologo e Storico della Musica. Ha voluto per noi sintetizzare l'opera che andrà in scena al Duomo di Napoli il prossimo 29 dicembre.
Georg Friedrich Händel e il suo Messiah
Composto in soli 24 giorni nell’estate del 1741, il Messiah rappresenta l’opera più celebre di Georg Friedrich Händel e uno dei vertici assoluti della musica sacra occidentale. Quest’oratorio monumentale nacque in un momento cruciale della vita del compositore: dopo anni di trionfi e crisi nel mondo dell’opera italiana a Londra, Händel aveva trovato nell’oratorio inglese una forma espressiva ideale, capace di coniugare dramma musicale e spiritualità senza le convenzioni sceniche del teatro.
Un progetto ambizioso
Il libretto fu assemblato da Charles Jennens, erudito e mecenate, che selezionò con cura passi biblici dalla King James Bible e dal Book of Common Prayer. A differenza degli oratori drammatici dell’epoca, il Messiah non presenta una narrazione scenica con personaggi, ma una meditazione teologica sulla figura di Cristo attraverso profezie, narrazioni evangeliche e riflessioni sulla redenzione.
Stile e linguaggio musicale
Händel fonde magistralmente diversi stili:
- La tradizione del coro anthemico inglese
- L'eloquenza melodica dell'opera italiana
- La solidità contrappuntistica tedesca
Il concerto
L’opera completa si articola in tre parti, ma spesso in concerto (come in questa esecuzione napoletana) si esegue la prima parte, insieme al celebre “Hallelujah” che chiude la seconda. Questo programma offre un percorso musicale e spirituale completo: dalla profezia messianica alla celebrazione della Resurrezione.
La prima parte: profezia e Natività
La prima parte del Messiah si apre con una solenne overture (Händel la chiamò ‘Sinfony’) orchestrale che introduce l’atmosfera contemplativa dell’opera. Seguono le profezie dell’Antico Testamento sulla venuta del Messia: l’aria del tenore “Comfort ye my people” offre consolazione con una melodia di straordinaria dolcezza, mentre “Ev’ry valley shall be exalted” trasforma il testo in pura gioia attraverso virtuosistici melismi ascendenti.
Il coro “And the glory of the Lord” segna il primo momento di grande impatto corale, con le voci che si intrecciano in un contrappunto luminoso. Ma è il coro “For unto us a Child is born” che rappresenta uno dei vertici della scrittura händeliana: un tema gioioso e danzante si sviluppa in elaborazioni sempre più complesse, culminando in potenti affermazioni dell’onnipotenza divina.
Particolarmente toccante è la Pastoral Symphony, un idillio strumentale in tempo di siciliana che evoca l’atmosfera bucolica della notte di Natale. Il soprano annuncia poi la nascita con “There were shepherds”, seguito dal coro angelico “Glory to God”, dove Händel contrappone la delicatezza delle voci acute alla solennità del “good will toward men”.
L’uso del word-painting pervade questa sezione: le linee vocali ascendono per “exalted”, si contorcono per “crooked”, e i melismi infiniti su “rejoice” traducono in suono puro la gioia della profezia che si compie.
L’Hallelujah: il trionfo della fede
Il celeberrimo coro “Hallelujah” che chiude la seconda parte rappresenta uno dei momenti più iconici di tutta la musica occidentale. La tradizione vuole che il pubblico si alzi in piedi durante la sua esecuzione, usanza iniziata secondo la leggenda con re Giorgio II alla prima londinese, sopraffatto dalla maestosità della musica.
La scrittura corale alterna magistralmente passaggi omofonici di grande impatto, dove tutte le voci proclamano insieme la gloria divina, a sezioni contrappuntistiche di raffinata elaborazione. Le trombe squillanti, i timpani pulsanti e l’orchestra al completo creano un effetto di trionfo irresistibile. La ripetizione ossessiva della parola “Hallelujah” costruisce un crescendo emotivo che culmina nella proclamazione finale “King of Kings, and Lord of Lords”, dove le voci si sovrappongono in una stratificazione maestosa.
Un’eredità universale
La genialità di Händel risiede nella fusione perfetta tra la tradizione corale inglese degli anthems, l’eloquenza melodica dell’opera italiana e il rigore contrappuntistico della scuola tedesca. Anche in questa selezione di brani, dalla profezia dell’Antico Testamento alla celebrazione pasquale, emerge la capacità del compositore di creare musica che trascende le divisioni confessionali e culturali.
La prima esecuzione avvenne a Dublino il 13 aprile 1742 come evento benefico, e da allora il Messiah non ha mai smesso di essere eseguito. Oggi, quasi tre secoli dopo la sua creazione, continua a commuovere e ispirare, testimonianza suprema della capacità universale della musica di toccare l’animo umano e di comunicare verità che superano le barriere del tempo e della lingua.
L'esecuzione napoletana
Il concerto nel Duomo di Napoli, promosso dall’Arcidiocesi di Napoli e dalla Fondazione AdAstra conferma la tradizione esecutiva natalizia del Messiah. Sul podio Pasquale Valerio dirige l’Orchestra Neapolis Philharmonia, affiancato da Davide Troia alla guida del Coro “Exultate”.
